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Aboliamo la Consip.

Aggiornamento: 7 apr 2020

di Filippo Camerada.


«Almeno la metà dei ventilatori della gara Consip verrà consegnata alla fine dell’emergenza». Queste le parole di qualche giorno fa del commissario straordinario, Domenico Arcuri, nominato dal governo per fronteggiare l’emergenza Covid-19.Il virgolettato precedente rappresenta perfettamente come la farraginosità del processo burocratico italiano e come le sue lungaggini abbiano un effetto devastante sul sistema; in questo caso nel modo peggiore che si possa immaginare, mettendo a rischio la vita di tanti cittadini.

La grande lotta – legittima e condivisibile – alla corruzione ha generato, specialmente negli ultimi anni, un ampliamento della già imponente burocrazia italiana. Il codice degli appalti ha assunto dimensioni spropositate ed è oggetto di continue modifiche che non ne permettono spesso una applicazione certa, si veda ad esempio la tendenza della giurisprudenza ad ampliare la possibilità di vedere configurata la fattispecie del danno erariale anche nei casi di colpa grave (e non, quindi, solo nel caso di presenza del dolo).

Ma la vera domanda è: in un momento di estrema emergenza veramente avevamo bisogno di seguire la (lunga) procedura di fornitura Consip?

Siamo di fronte ad un’emergenza senza precedenti e non siamo stati capaci di gestirla e trattarla come tale. Spesso questa situazione si è già verificata, con lineamenti differenti ovviamente, meno gravi, ma producendo lo stesso risultato: si è rimasti intrappolati nella selva di norme e criteri che vengono imposti dal nostro codice degli appalti.

Lo spauracchio del danno erariale e dell’abuso di ufficio spesso paralizza le amministrazioni che pur di non esporsi a questo tipo di rischi si affidano a lunghi procedimenti burocratici (si veda il caso dei comuni che anche per gare d’appalto dal valore irrisorio utilizzano le procedure standard che ne compromettono l’efficienza e, spesso, l’efficacia). Testimone di come quest’infinità di procedure amministrative siano da ridurre è esempio lampante il ponte Morandi di Genova; il ponte è stato ricostruito a ritmi serrati grazie alla scelta di affidare i lavori ad un commissario straordinario, con la possibilità di disapplicare il codice nazionale degli appalti. Più recenti sono le testimonianze che riceviamo da parte di decine di imprenditori che non possono fornire mascherine per mancanza di un’autorizzazione. Da ultimo il risultato dell’ospedale in fiera, irrealizzabile per la protezione civile, aperto oggi dopo 14 giorni di lavori gestiti da Guido Bertolaso (da un letto d’ospedale).

In questo contesto, come è stato ampiamente sottolineato, è sembrato semplicissimo fare venir meno le nostre libertà personali tramite la promulgazione di una serie di DPCM (atti formalmente e sostanzialmente amministrativi) mentre nonostante l’emergenza la burocrazia è sembrata un muro insormontabile.

È necessario guardare anche oltre. Cercare di capire se esiste la volontà di cambiare di rendere più libera la nostra classe imprenditoriale sfoltendo in maniera seria e netta l’enorme quantità di norme che appesantiscono questo paese. È una questione di efficienza, competitività ma soprattutto di libertà. Un’ottimo inizio potrebbe essere applicare la normativa di matrice europea che garantirebbe maggiore flessibilità e meno adempimenti formali.

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